Neuroscienze e Musicoterapia

11 luglio 2018

La ricerca in ambito delle neuroscienze della musica ha percorso la via del massimo sviluppo negli ultimi anni, dato il  maggiore interesse dei ricercatori e della crescita e nascita di alcuni strumenti tecnologici. Si tratta di una porzione ampia e composita per le molteplici tecniche sperimentali utilizzate e le diverse facciate oggetto di studio (Flhor e Hodges, 2002). Riguardo alle tecniche, i potenziali evocati (ERP), il magnetoencefalogramma (MEG), l’elettroencefalogramma (EEG), la SQUID, la risonanza magnetica (MRI), la tomografia ad emissione di positroni (PET) e la stimolazione magnetica transcranica (TMS) permettono di conseguire dati significativi e di rappresentare le parti attive del cervello durante l’elaborazione degli stimoli musicali.

Riguardo agli aspetti oggetto di analisi, le ricerche mettono in relazione delle dimensioni complicate, l’articolazione del cervello e la pluralità di comportamenti musicali, per studiare le relazioni tra funzioni cognitive e aree cerebrali.

Zatorre (2005) afferma che  la musica stimoli il cervello, poiché comportamenti quali l’ascolto e la formazione musicale interessano molte funzioni cognitive: ad esempio, l’intonare una singola nota coinvolge diversi meccanismi uditivi, tra cui le capacità attentive (anche di attenzione condivisa), l’apprendimento mnemonico, il confronto, la pianificazione, la conduzione motoria e  il rinforzo senso-motoria.

Vari studi hanno osservato la rilevanza di singole aree corticali all’ascolto della musica, in relazione a distinti processi avviati. Secondo Gruhn e Rauscher (2002) ci sono diversi livelli di attivazione di specifiche zone corticali in relazione al tipo di apprendimento musicale.

I soggetti che sono in grado di suonare uno strumento o cantare con un’istruzione informale sviluppano delle conoscenze procedurali, considerabili come una sistema generale di elaborazione, che avviene attraverso il rinforzo di  unioni visuo-spaziali. Questi processi si rifanno ad un’attivazione dei lobi frontale destro e bilaterale parieto-occipitale. Gli individui che hanno invece ricevuto un’istruzione formale tramandata attraverso informazioni verbali, palesano un incremento di attività nelle regioni frontali temporali sinistre nelle quali hanno luogo processi più analitici.

Ambo gli emisferi contribuiscono intimamente nell’elaborazione della musica, ma vi potrebbe essere una disarmonia in relazione alle strategie praticate durante l’ascolto come quelle globali rispetto a quelle locali.

Inoltre, Zatorre (2003) afferma che la produzione ed elaborazione di stimoli tonali complessi come melodie, si ha in aree corticali di ordine superiore, aventi collegamenti con la corteccia frontale che richiamano funzioni di memoria tonale per la codifica dei modelli. L’importanza della corteccia uditiva dell’emisfero destro sembra funzionale all’elaborazione di segnali con banda sottile come quelli tonali, piuttosto che quelli rapidi a banda più ampia che caratterizzano il linguaggio (Zatorre, Belin, 2002).
Concludo affermando che, può essere rilevante sottolineare vari elementi importanti che sorgono dalle varie ricerche e quindi informarsi su quelli che sono gli sviluppi delle neuroscienze in ambito musicoterapico. Stando all’analisi della letteratura si possono evidenziare varie conseguenze per l’educazione.

Gli studiosi hanno sottolineato che le capacità di captare la musica sono presenti negli esseri umani in età precoce, riportando la possibilità di riconoscere aspetti, anche difficili ,del segnale:  il riconoscimento della voce materna o la discriminazione di ritmi. I bambini attuano un ascolto selettivo degli eventi sonori, trattenendosi solo su determinati elementi ritenuti importanti. Parliamo di meccanismi coerenti con le peculiarità del sistema percettivo, che sceglie gli elementi più significativi per dare spiegazioni e rappresentazioni della realtà circostante. L’età evolutiva è fondamentale per lo sviluppo del cervello, che in questa fascia d’età è molto plasmabile.

Grazie all’analisi della letteratura, per esempio, di Gruhn e Rauscher (2007) mettono in evidenza delle relazioni dirette tra sviluppo del cervello e apprendimento: un ambiente ricco di stimolazioni può recare modifiche della struttura fisiologica e operazionale del cervello, creando cambiamenti dello spessore corticale, delle estensioni del corpo delle cellule, della lunghezza delle aree di contatto sinaptico, un accrescimento delle spine dei dendriti, un ampliamento del numero di sinapsi per neurone, dello spessore del corpo calloso, dei neuroni dell’ippocampo e della grandezza del planum temporale sinistro.

Igor Vitale – Febbraio 2015